Play off Nba, Chicago brutto stop, colpi di Filadelfia e Boston

di Charlie 0

Speciale Playoff Nba 2012

Senza Rose, stagione finita per l’infortunio al ginocchio sinistro,  Chicago (50/16) naufraga in casa contro Filadelfia, ottava con 35/31. Senza Rondo,   squalificato un turno per lo spintone all’arbitro, Boston passa ad Atlanta. Senza  il cattivone Artest, che ha scontato la seconda delle 7 giornate di squalifica, bis  dei Lakers che Denver con poca qualità nella front-line.

Per tirare le somme sulll’importanza del “grande assente” adesso bisognerà aspettare la prossima gara fra New York e Miami che mancherà di Amare Stoudemire. Non ha chiuso da n.1, il numero della maglia, ma con  una grandissima stupidata una stagione particolarmente  difficile: 17 gare perse per il problema alla schiena e altre 3 per un lutto famigliare. Colpa di quel cazzotto alla vetrinetta antincendio che potrebbe avergli reciso un tendine della mano sinistra. Il giorno dopo si è ravveduto e lanciato questo messaggio su Twitter:

Sono furioso con me stesso, voglio scusarmi con i miei tifosi e la mia squadra, non posso certo essere orgoglioso di questo comportamento”.

Charles Barkley in versione commentatore televisivo gli ha fatto pollice verso, con queste parole:

Ha ucciso le speranze di New York!”.

La quarta giornata dei playoff che vede già sul 2-0 Oklahoma e Miami, le illustri seconde delle due conferences,  e i Lakers è stata vissuta come un lutto dai 24 mila dello United Center. Rimpianto  più che mai  Derrick Rose, l’anno scorso  MVP  più giovane di sempre, il cui ultimo regalo sono stati i  23 punti  decisivi di gara1.  Come si sa, ricadendo da un balzo dentro l’area avversaria il suo ginocchio sinistro ha  ceduto, mancavano 41” secondi alla fine e la stampa ha attaccato coach Thibodeau rimproverandogli di averlo tenuto in campo quando la gara era decisa e Filadelfia aveva messo in panchina tre titolari.

Le polemiche hanno turbato l’ambiente, e la miglior squadra della stagione è crollata a picco nel 3° tempo, con un parziale di 14-36. Questo perché Filadelfia è riuscita a mettere in campo l’enorme talento dei suo giovani trascinati  dal ventunenne  Jrue Holiday, un californiano che dopo il college, dove allenava la squadra femminile di tennis,  non poteva non finire nella prestigiosa  UCLA spiccando il salto nella NBA. Anche se scelto dai 76ers con un numero piuttosto alto, il 17, indice delle riserve legate al suo 1,93 un po’ leggerino. Forse i Lakers cominciano a mordersi le mani per non aver capito le  potenzialità di questo ragazzo, fatto sta che in questa stagione  il kid dal nome curioso e la passione per le scarpe, di cui è collezionista, si è dimostrato un giocatore versatile, buon attaccante, registra ispirato, e anche buon rimbalzista. Il suo show del terzo tempo è stato da star, ha chiuso con 26 punti, 11 su 15 al tiro, 3 su 3 dall’arco, assist e recuperi.

Chicago tenuta a galla dai punti e i rimbalzi di Noah, decisamente il migliore, in una serata critica per Luol Deng e  Carl Boozer, i  pilastri, che non sono riusciti nemmeno ad andare in doppia cifra, oltre a quella di Kyle Korver, il cambio tattico. Per  cui esauritosi strada facendo anche Rip Hamilton, non più giovanissimo, le responsabilità  di mettere una pezza nel ruolo di Derrick Rose sono finite due comprimari con un passato di D-League, Charlie Watson, visto in Italia 6 anni fa a  Reggio Emilia, che ha ereditato la maglia n.7 di Tony Kukoc degli anni gloriosi dei Bulls dei 6 titoli, e John Lucas III, il figlio della star NBA del passato.

Watson non ha tirato bene segnando 10 punti, meglio   Lucas (15 punti) ma quando Rip Hamilton ha staccato la spina, Chicago si è trovata dentro un vuoto d’aria, e lo show di Holiday ha cambiato di netto la gara gasando la formidabile batteria di guardie e ali piccole, fra cui  anche Evan Turner (23 anni),  Taddeus Young (24 anni). Hanno partecipato alla festa anche il quotato Iguodala e Lou Williams partendo dalla panchina ha segnato 20 punti, preziosi  con l’ingresso di Levoy Allen come centro per il colpo del ko alla squadra delle 50 vittorie e 16 sconfitte, quella che prende più rimbalzi, che ha portato brillantemente la croce per quattro mesi delle troppe assenze di Rose. Ma  attenti bene Chicago è anche quella che ha vinto più gare in trasferta, per cui può restituire il colpo del ko a Filadelfia partita benissimo a gennaio  guidando l’Atlantic Conference per poi entrare in crisi, rischiando di perdere l’ultimo posto per i playoff e riprendersi nelle ultime 6-7 giornate.

Il lavoro di Doug Collins, il suo coach, è stato finalmente premiato, e il successo porta anche la firma del rookie Lavoy Allen (11 punti e 9 rimbalzi lanciato nel quintetto in gara uno, ma troppo emozionato. Rimesso in quintetto Spencer Hawes, con i suoi 216 centimetri legnoso per poter contrastare un centro dinamico e tecnicamente in crescita come il francese Noah,  Collins ha utilizzato l’atletico  Levoy Allen, 23 anni, 2,06, scelto solo come  n.50, il classico ragazzo di casa (è della Pennsylvania e ha frequentato l’università di Temple). E le cose sono subito cambiate. Noah non ha più spadroneggiato, i Bulls non sono riusciuti a tenere il 50 % di tiro dei due primi tempi ed è stato il crollo.

Se  i Bulls hanno pagato l’assenza di  Rose, Atlanta senza due big man come Al Horford, prossimo al rientro, e Zacha Pachulia, non poteva fare miracoli  sotto canestro per una seconda volta con un centro titolare come Jason Collins, il quale  in 10 anni di carriera NBA ha tenuto una media di 3,8 rimbalzi e 1,3 punti. Avete letto bene, ecco perché la NBA si rifornisce di lunghi in Europa, come è per i due Gasol, il polacco Gortat, i francesi Noah e Seraphin, i montenegrini  Pekic e Vucevic e il turco Eneas Kanter, mentre a Toronto è in arrivo Jonas Valanciunas per dare man forte al 2,13 Bargnani.

Ci rimane poco spazio per celebrare una partita di un’intensità pazzesca, tipica delle sue, del grande Paul Pierce, 22591 punti e 6146 rimbalzi, 1025 gare, 22 punti di media. E’ stato l’eroe nel bene e nel male, con 36 punti e 14 rimbalzi, 8 palle perse e 1 su 5 al tiro, una gara che ha ricordato quella che gli valse il titolo di MVP nella finale scudetto coi Lakers del 2008. Ma grande è stato anche Kevin Gernett, 36 anni, 17 stagioni di NBA, da 5 a Boston per una bellissima second life dopo gli 11 anni a Minnesota.

Bis dei Lakers con Bryant in versione Black Mamba, diabolico, 38 punti, top scorer dei playoff dopo aver perso di un soffio il titolo dei cannonieri della regular season. Denver ha migliorato l’attacco, da 88 di gara1 a 100, ma i Lakers ne hanno fatto 104, di cui ben 94 dello starting five, non ha approfittato della panchina più lunga, anche se mancava sempre di Rudy Fernandez. Ha subito troppo Bryant, e  la sconfitta trova la sua ragione nella differenza di qualità  fra i giganti; 27 e 9 rimbalzi di Bynum, 13 e 10 rimbalzi per Pau Gasol (unica doppia alla quale si devono aggiungere anche i 5 assist dello spagnolo), totale 40 a 19 rimbalzi in due contro i 18 punti e 13 rimbalzi del trio Kufos (2 e 5), McGee (5 e 9), Mozgov (6 e 4). E’ vero, però, anche  che Denver ha vinto il duello di squadra, 51 rimbalzi a 48, grazie agli 8 di Gallinari. Buona partita complessiva, quella del lodigiano, meno brillante il tiro (5 su 17), aveva fatto meglio nella infelice gara1.

Si  è ripreso dalla magra  Ty Lawson,  non invece Afflalo, bene anche il rookie Faried. McGee è tutto da costruire come attaccante, Koufos manca di potenza, Mozgov di tecnica,il futuro della squadra di Karl è nel trovare il centro gravitazionale.

Raggiunti i playoff dopo una stagione  difficile per gli infortuni ( ben due per Gallinari, caviglia e mano!) e la cessione del brasiliano Nenè, Denver sta pagando lo sforzo finale ammirevolissimo e si è un po’ rilassata. Vedremo nelle gare casalinghe quanta benzina ancora è rimasta, i Lakers sono motivatissimi, la cura di Mike Brown si vede dall’organizzazione e dalla difesa, a livello di primi 5 con Ramon Session, acquisto indovinato. I  Lakers se la giocano con tutte, la panchina è sterile, meno male nel giro di Derek Fisher è arrivato Jordan Hill, a parte il problema delle accuse di aggressione sessuale da parte della fidanzata, come non bastasse il caso-Artest.

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