Finale Nba 2012 gara 1, Durant decisivo, a Miami non basta LeBron

di Charlie 0

Oklahoma vince gara1 dopo aver recuperato 13 punti con il cambio di ritmo di West, 17 punti nel 4° tempo del suo cannoniere, e la piacevole sorpresa del gigante bianco Nick Collison.

Una novantina circa  di esauriti non valgono ancora  i famosi 800 e passa del record  NBA di Portland, ma fanno capire che Oklahoma è in love per il basket, vincere il primo titolo sarebbe un evento storico per lo Stato del petrolio,  e i 20 mila fissi della Chesapeake Arena, che non a caso si chiama Energy, con le magliette azzurre e la scritta “One Thunder”, Uno dei Tuoni,  sono stati certamente  non solo uno degli elementi coreografici di un’atmosfera speciale servita ai propri beniamini in questo non facile debutto nella finalissima, per finire alla grande una partita che non s’era messa bene, considerati i 13 punti di vantaggio di  Miami.

“Il nostro pubblico – ha ammesso Scott Broks che come premio per il risultato porterà  la madre, sacrificatasi  per permettergli di diventare allenatore,  sull’aereo in trasferta  a Miami – ci ha trasmesso una carica eccezionale, ci ha aiutato a far uscire  alla fine il nostro carattere, oltre al fatto di avere un giocatore come Kevin: lui è terrificante ma anche speciale,  perché difende”.

Erik Spoelstra non può invece esibire  il suo invidiabile sorriso da dentifricio di marca, prende atto il kalimero della panchina, che i giovani avversari hanno saputo mollare il pugno del ko. “Hanno mostrato i muscoli in area, se non difendiamo non potremo mai  sfruttare le occasioni che ci capitano, peccato perché ci eravamo messi nella condizione di vincere” , dice senza cercare di spiegare perché lui per primo non ha saputo captare quei segnali di cedimento che nel clima di battaglia si sono trasformati in una sconfitta netta. E allungare la panchina, provare a fare una difesa più maschia, tattica.  E’ certo che Miami ha pagato  fatalmente  la fatica per recuperare con Boston e vincere in gara 7 la finale della Eastern Conference. Si è capito anche nel momento migliore della squadra che con quel delizioso walzer lento tutto legato a LeBron, lui che comincia l’azione con la rimessa, che fa il play in traffico, i blocchi in lunetta e conclude l’azione e un Wade in penombra, potevano non bastare,  e che prima o poi i Thunder si sarebbero scossi dal torpore tipico di chi è alla prima finale.

Il tuttofare LeBron è stato ammirevole, ha segnato 30 punti, il punteggio più alto nelle sue tre finali giocate per il titolo nelle 9 stagioni di NBA.  Per tre quarti è stato il dominatore, fino a quando Kevin Durant, nonostante come muscoli non sia dotato quanto il rivale,  ha deciso di sfidarlo  sul suo terreno. E con 17 punti nel quarto tgempo, canestri da fuori, in entrata con schiaccione, difesa gomito contro gomito è stato il mattatore, anche se la chiave tecnica in una serata strana di James Harden, la carta sicura, è stato il cambio di ritmo impresso da Russel Westbrook, il Garrincha del basket con i suoi dribbling ubriacanti. E quando si è trattato di mostrare i muscoli  Tabo Sefolosha, il moro svizzero che ha giocato in Turchia durante lo sciopero, è stato fondamentale nei recuperi, negli aiuti su James, quando Miami ha cominciato a boccheggiare. Ottima gara anche di Sergi Ibaka, come sempre, anche se stoppato meno del solito.

Gli Heat hanno giocato tutto sommato una partita all’altezza del loro standard, e un Wade quasi invisibile  è stato compensato dalla serata eccezionale di Shane Battier, già decisivo con Boston, con una serie di tiri da 3 fondamentali. E lo stesso dicasi per Mario Chalmers, la piccola guardia dell’Alaska che ha segnato più di Wade senza possedere le molle nelle gambe del famoso compagno. Con 10 rimbalzi Haslem aveva dato la supremazia ai rimbalzi, non si è capito perché sia sparito anche lui nel finale. E poi LeBron e ancora Lebron… lo spettacolo della semplificazione del basket, la massa muscolare con l’armonia di un ballerino.

Miami si è esaurita dopo aver toccato una percentuale nel tiro da 3 al di sopra del suo standard, 7 su 11, il 61 per cento, Oklahoma ha però cominciato a crescere e crederci. Con un altro missile di Shane Battier bravo anche a limitare Durant prima dell’esplosione finale, i vicecampioni della NBA hanno avuto l’ultima volta un vantaggio concreto (69-64)  mentre le lancette correvano verso la fine del 3° tempo. Westbrook che fino a quel momento aveva forzato più di un tiro toccando un 30 per cento dannoso per la squadra, ha capito  che concedere a Miami di giocare sul proprio ritmo e non aggredirla era un suicidio. E con tre entrate spericolate nell’anno del suo ingresso fra le massime star,  ha segnato la prima fase della svolta,  quella tecnica, permettendo alla sua squadra di passare in vantaggio di 1 punto proprio sul finire del 3° tempo, conclusosi con un tiro sbagliato di Lebron.

Dopo la breve pausa, i Thunder sono  esplosi in tutto il loro potenziale rimasto fino a quel momento sommerso,  con Durant in veste di mattatore. La prova del nove dell’annebbiamento  totale dei califfi di Miami erano le due bombe decisive di Kevin   che scavavano il solco (87-81, 93-83), due canestri tagliagambe  arrivati addirittura su un doppio rimbalzo in attacco. Sparito Haslem  i rimbalzi sono stati facile preda di Oklahoma e la vitalità dei poco più che ventenni rivali ha lasciato l’ amaro in bocca   a Miami che spera di rifarsi giovedì, se il suo coach di sangue filippino  avrà la sensibilità e la personalità per capire che “San Lebron” non può arrivare, con i suoi miracoli, dove è il  compito di un allenatore. La prima cosa sarebbe capire che non è possibile vincere con una squadra più giovane, in ascesa, di talento, conscia ormai dei propri mezzi e che nel frattempo si è dotato anche di una panchina adeguata. A proposito: Nick Collison, centro bianco, è stato molto meglio del grizzly Perkins, 10 rimbalzi e canestri importanti nel finale, utilissima anche l’esperienza e gli assist di Derek Fisher.Miami ha puntato su 6 uomini, con Bosh ancora fuori da quintetto nonostante il partitone con Boston. Hanno segnato in sei, chi più e chi meno (Haslem 4 punti), e dopo  anche un  Mike Miller, specialista del tiro da 3 e buon difensore, è sembrato un pesce fuor d’acqua.  La domanda è: basta il  coach d’ufficio, una moda che l’Italia ha già sperimentato da un pezzo, se hai una star come LeBron?.

Si parla intanto di mercato, a Boston si chiude la stagione dei Big Three ma – udite udite – circola la voce di un clamoroso trasferimento di Kevin Garnett a San Antonio. Questo significa forse il ritiro di Tim Duncan? Mmm…mmm..  oggi la NBA è un tale affare e tanto poco passa il convento nel ricambio dei grandi centri che i campioni vintage  difficilmente vogliono  rinunciare a una fortuna.

[email protected]
Riproduzione Riservata

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>